CONFERENZA PUBBLICA A BUSTO ARSIZIO -(VA)-

Venerdì 30 maggio 2008 ore 21,15
presso il Circolo Giancarlo Landonio
via Stoppani 15, (quartiere Sant’Anna p.za principale) – Busto Arsizio -VA-
sul tema:
LA RIVOLTA CONTRO LE DISCARICHE
MASSE PROLETARIE E POTERE.
Intervenite seguirà ampio dibattito aperto a tutti.
Segue relazione introduttiva (salvo gli aggiornamenti di questi
giorni) della conferenza pubblica.

Video Review: https://ed.ted.com/on/YvnGOJVq
Il disastro spazzatura
I rifiuti che sommergono Napoli frutto marcio dell’affarismo e dell’urbanizzazione parassitari
I rimedi contingenti e le soluzioni definitive

La rivolta popolare contro le discariche si trasformi in guerra sociale contro i gruppi affaristici e il potere statale.

I comitati di resistenza alla riapertura delle discariche e agli inceneritori si uniscano in un fronte proletario. Disfarsi del sistema di potere per liberarsi dai rifiuti.

La spazzatura che si ammucchia sulle vie di Napoli non è soltanto il risultato squallido di una mala gestione amministrativa. È il risultato disastroso dell’affarismo e dell’avanzato grado di impoverimento del Sud (putrefazione della questione meridionale). I rifiuti si ammonticchiano sulle strade della capitale del Sud e sulle discariche dei comuni circostanti in quanto in generale sono l’effetto della produzione-commercializzazione delle merci della fase finanziaria-parassitaria (1980 in avanti) e in modo specifico dell’intreccio affaristico imprenditoriale-politico-criminale. Perciò, occupandoci dell’emergenza rifiuti, ci ancoriamo a questa premessa.

L’ira dei napoletani per l’accumulo dei rifiuti

Bisogna dire, entrando in argomento, che l’emergenza non riguarda il Vomero o via Caracciolo, bensì la periferia (Secondigliano, Scampia, San Giovanni a Teduccio, Barra, Ponticelli, Pianura) o i comuni circostanti (Arzano, Casalnuovo, Frattamaggiore, Melito, Pozzuoli, Quarto, San Giorgio a Cremano, Villaricca). E precisare che il sito di stoccaggio è un luogo (sversatoio) dove immettere temporaneamente i rifiuti. L’11 maggio, con un decreto-legge in deroga alle disposizioni in materia ambientale territoriale igienico-sanitaria (1), il governo individua quattro siti in cui sversare le montagne di spazzatura, che continuano a crescere sui marciapiedi e ai margini delle strade. I siti individuati si trovano nei comuni di Terzigno, Serre, Sant’Arcangelo Trimonte, Savignano Irpino.

La popolazione di questi comuni scende sulle strade e si solleva contro la decisione governativa. Il 22, dopo la rivolta di Serre, il presidente del consiglio (Prodi) firma un’ordinanza, pubblicata il 23 sulla G.U., con cui dispone che lo sversamento dei rifiuti stabilito nel sito di Serre venga effettuato in quello alternativo di Macchia Soprana. Il governo non ha un piano di smaltimento. E il commissario straordinario (Bertolaso), che non si discosta dall’indirizzo perseguito dalla giunta Bassolino, scarta i siti e le cave abbandonate individuati in gennaio e febbraio; e avverte che non accetterà ulteriori spostamenti anche perché a Terzigno sale la protesta popolare a difesa del Parco del Vesuvio. Così tra il 24 e il 25 vengono trasportati nella discarica di Acerra 30 tonnellate di rifiuti respinti dalle altre località; mentre centinaia di tonnellate vengono inviate in altre regioni, quantitativi minori in Germania; e una parte non indifferente continua a bruciare in centinaia di roghi sprigionando diossina.

Appena gli abitanti di Acerra si accorgono del via vai di camion carichi di rifiuti si riversano sulle strade per bloccare lo sversamento. La protesta delle donne è furiosa e la condanna dello Stato senza appello: “prima l’inceneritore poi il cimitero”. Gli abitanti degli altri comuni sedi di discariche sono tutti in allarme o in mobilitazione per impedire ulteriori sversamenti. La situazione è di disastro ambientale e sanitario.

Venticinque anni di accumulo di rifiuti

Bisogna aggiungere poi, sul piano generale, che lo stadio finanziario-parassitario del capitalismo trasforma il pianeta in una pattumiera; riduce terraferma e oceani a una immensa discarica di rottami di sostanze tossiche e di ceneri. Fin dagli anni ottanta la Campania viene trasformata nella pattumiera d’Italia e non solo d’Italia. Sul suolo campano affluiscono per decenni quantità enormi di rifiuti e di sostanze tossiche dalle fabbriche del nord e anche dalle fabbriche tedesche. A favorire questo afflusso di rifiuti sul suolo campano ha dato un particolare contributo la morfologia del territorio, che ha una eccezionale presenza di cave, esistente soltanto nel nord-est del Brasile e nel sud-est dell’Australia, che ha consentito ai trafficanti di rifiuti di riporvi di tutto. La monnezza accumulata in Campania è quindi prima di tutto monnezza settentrionale.

In Italia si producono ogni anno più di 500 Kg di rifiuti pro capite. Un terzo del traffico di questi rifiuti si svolge in Campania. E l’imprenditoria campana dei rifiuti è la filiera nazionale più vasta del trattamento dei rifiuti (commercio e trasformazione). È errato pensare che l’emergenza rifiuti nasca da una sottovalutazione della questione rifiuti da parte dei politici e delle autorità, locali e centrali. L’emergenza rifiuti è la conseguenza specifica della politica e della gestione amministrativa perseguite dai governatori politici e amministrativi. Il disastro, che covava dagli anni ottanta, matura sul piano politico-amministrativo negli anni novanta. La mina viene collocata dalla giunta Rastrelli ( di Alleanza Nazionale), la quale nel 1993 vara un piano di trattamento dei rifiuti basato su un modello misto; con cui la raccolta viene affidata ai Comuni e ai consorzi di Comuni, lo smaltimento alle imprese. Il 21 marzo 1996 viene indetta la prima gara per l’aggiudicazione della costruzione e gestione, per 2.000 miliardi di lire, di sette impianti di compostaggio (2) e di due termovalorizzatori, uno ad Acerra l’altro a Santa Maria la Fossa. Alla gara di appalto partecipano la Fibe del gruppo Impregilo (Fiat), la Veolia francese, l’ASM di Brescia unitamente ad un gruppo di imprese dell’Unione Industriali di Napoli. Il concorrente doveva garantire la disponibilità delle aree. La Fibe, che si era accaparrata anche di Acerra, il paese più inquinato d’Italia, vince l’appalto. Nel giro di un paio d’anni l’Impregilo imbastisce i sette impianti per la produzione di Cdr. Sembra che la vanagloria del verde Ronchi (ministro dell’ambiente) e di Rastrelli, salutata dal governo Prodi, di trasformare Napoli in una Danimarca, prende forma. Ma dai Cdr, dove viene scaricata la spazzatura, escono solo ecoballe, che vengono ammonticchiate in attesa di essere bruciate dal termovalorizzatore in costruzione ad Acerra. Mentre cresce via via la montagna di ecoballe si saturano gli impianti di Battipaglia, Caivano, Casalboni, Giugliano, Pianodordine, Santa Maria Capua Vetere, Tufano. La giunta Bassolino (diessino), che succede alla giunta Rastrelli, si muove nella scia tracciata dal predecessore; non discute le scelte della Fibe e non cura il rispetto degli adempimenti contrattuali. Così, anno dopo anno, dai Cdr escono centinaia di migliaia di ecoballe, che, a parte i treni carichi di spazzatura diretti in Germania, vengono ammonticchiate in vista del programmato incenerimento nel termovalorizzatore. Da stime ufficiali risulta che le ecoballe (ogni balla pesa 1,3 tonnellate), ammonticchiate l’una sull’altra, sono circa 5 milioni. Ma risulta, altresì, cosa ancor più grave che le balle ammonticchiate sono truccate in quanto contengono molti residui di umido che ne azzerano il potere calorico; per cui, lungi dal finire nell’inceneritore, esse finiranno in discarica. Quindi il disastro ha dimensioni inimmaginabili.

La trama degli interessi imprenditoriali governamentali camorristici nell’affare rifiuti

Prima di passare ad occuparci della responsabilità politica di questo disastro dobbiamo dare uno sguardo all’intreccio di interessi tra imprenditoria governatori locali camorra e alla subalternità funzionale della gestione commissariale. Guardiamo il primo aspetto.

I grandi attori della produzione commercializzazione e gestione dei rifiuti sono i grossi gruppi industriali con le loro affiliate settoriali (nel nostro caso Fiat Impregilo Fibe). A questi gruppi fanno capo numerose piccole o medie imprese, che si occupano del trasporto e dello smaltimento anonimo (3) e micidiale dei rifiuti, in Campania attività proprie della camorra. Tra questi elementi dell’imprenditoria si inserisce il potere pubblico locale coi governatori regionali provinciali comunali, il quale assegna gli appalti, decide le concessioni, noleggia le discariche, copre il trasporto, aumenta o diminuisce il numero degli addetti e degli Lsu secondo le convenienze elettorali e le logiche clientelari. Nell’affare rifiuti la partita si giuoca quindi a tre in una inestricabile commistione privato-pubblico.

Sin dagli anni ottanta le imprese legate alla camorra cominciano a sotterrare rifiuti e sostanze tossiche in un numero crescente di cave e discariche del territorio campano. Gli imprenditori del nord commissionano alle imprese campane lo smaltimento a basso costo dei loro residui industriali (polveri, sostanze tossiche, amianto, ecc.). In dette cave e discariche vengono depositati anche i cumuli di cenere residuati dalla combustione dei rifiuti solidi. Quando questi immondezzai contagiosi si riempiono, vengono cosparsi di terra o sopraedificati; e si cercano altre cave e discariche. Il riciclo dei rifiuti attraverso sotterramenti dispersione (4) incendi (5) in un numero indefinito di cave discariche luoghi di smaltimento è il risultato di un giro vertiginoso di denaro e di una fitta trama di interessi fra imprese proprietari di discariche e concedenti pubblici (6).

Questo sistema triangolare di riciclo dei rifiuti si avvale di una rete di intermediari, che mettono in contatto le varie imprese, di esperti che certificano la tipologia del rifiuto nei suoi passaggi ufficiali, di una catena di mezzi di trasporto, che portano i rifiuti nei luoghi destinati. Quindi costituisce un modello ramificato territorialmente integrante privato-pubblico amministrazione-affarismo politica-clientelismo legalità-illegalità.

La gestione commissariale architrave del riciclo affaristico

Dal 1994 a giugno 2007 si sono succeduti, col compito di smaltire i rifiuti ben sei commissari straordinari. In ordine cronologico sono: dal febbraio 1994 al marzo 1996 il prefetto di Napoli Umberto Improta; dal marzo 1996 al gennaio 1999 il governatore Antonio Rastrelli; dal gennaio 1999 al maggio 2000 Andrea Losco; dal maggio 2000 al febbraio 2004 Antonio Bassolino; dal febbraio 2004 all’ottobre 2006 il prefetto Corrado Catenacci; dall’ottobre 2006 in avanti il responsabile della protezione civile Guido Bertolaso. A questi commissari vengono attribuiti poteri speciali, slegati da ogni vincolo ambientale-paesaggistico. I vari commissari, invece di affrontare il problema rifiuti operando a monte mediante la promozione della raccolta differenziata la riduzione degli scarti il riciclo, si sono accodati alla trama degli interessi imprenditoriali, perseguendo la via delle discariche e dell’inceneritore. La spazzatura ha riempito via via le cave e le discariche in mano alle imprese locali (7), alimentando allo stesso tempo la necessità di discariche e l’emergenza rifiuti. Nel 1999 i tecnici chiamati da Bassolino a riorganizzare l’Azienda Speciale Igiene Ambientale di Napoli (Asia) rilevano che le ecoballe sono solo un terzo della spazzatura e che per gli altri due terzi occorrono discariche anche aumentando i termovalorizzatori. Ma la Campania è ricolma di rifiuti di vario genere, interrati in discariche illegali e legali; e la carta rimasta ai commissari straordinari è quella di riutilizzare le discariche ricolme o di recuperare qualche altra area risolvendo con l’esercito la rivolta delle comunità locali. Così la gestione commissariale è servita a coprire le responsabilità delle giunte regionali, dei sindaci, dei burocrati, dei politicanti locali; e ad inasprire l’emergenza.

Prima di chiudere in punto va fatto un accenno all’ultima fase. Il 31 marzo 2006 è stata indetta una nuova gara per la costruzione di tre inceneritori: a) uno per la zona di Napoli-Avellino-Benevento; b) un altro per Caserta e area nord; c) un terzo per Salerno e il Sud di Napoli. La spesa preventivata per questi inceneritori è di 4,5 miliardi di euro. Il commissario Guido Bertolaso ha assunto la carica il 9 ottobre 2006 e si è inchinato a questa gara, enunciando il criterio della provincializzazione del ciclo con assegnazione alle province del potere di gestione. In sostanza la linea commissariale resta ancorata agli impianti di incenerimento con la ricerca sottostante di discariche (8) in attesa che questi entrino in funzione. Ma anche questo dell’entrata in funzione del mega inceneritore di Acerra è un falso calcolo in quanto per smaltire le montagne di ecoballe esistenti occorrerà l’intero ciclo vitale dell’impianto (15-20 anni). Quindi la gestione commissariale garantisce il riciclo affaristico; alimenta e ingigantisce il disastro.

Le responsabilità dei politicanti di destra e di sedicente sinistra nella produzione del “disastro” rifiuti

Tutto il marciume parlamentare, di destra di centro e di sedicente sinistra; e, col marciume parlamentare, i vertici amministrativi, il carrozzone del commissariato straordinario, gli organi di governo, gli assessorati locali, ecc.; sono tutti responsabili e corresponsabili, ogni agenzia affaristica e ogni apparato a proprio titolo, di questo immane disastro. Nessun soggetto e struttura dell’ordinamento istituzionale, centrale e locale, può tirarsi fuori. La responsabilità è solidale di ogni congrega di potere, centrale e locale. Ciò sottolineato e premesso, un appunto specifico va fatto ai “verdi” e alla giunta Bassolino.

I verdi sono stati al governo dal 1996 al 2001 e dal 2006 a tutt’oggi. La giunta Bassolino senza interruzioni. I primi non si sono dati neanche da fare per migliorare la raccolta differenziata che a Napoli è a livello troppo basso (24%) rispetto alle altre città o per promuovere il riciclaggio dei rifiuti. Hanno persino tollerato e mantenuto l’ecotassa sulla bolletta elettrica, che destina 50 euro per tonnellata ai rifiuti che vengono bruciati, che favorisce la raccolta indifferenziata. La responsabilità più grave, che li investe in pieno, riguarda l’inquinamento ambientale e la relazione causale esistente tra questo e le malattie tumorali. A Napoli e Campania, oltre ai rifiuti per le strade e alle discariche maleodoranti, è sparso nelle cave discariche abusive e sul territorio l’insieme dei rifiuti tossici dell’industria settentrionale, fonte di rischio per la salute e di gravissime malformazioni genetiche. Su questo campo i verdi si sono sciolti come neve al sole, trasformandosi in cicale fastidiose. L’ultimo e più recente atto, con cui il 4 luglio convertendo in legge il d-l 11 maggio, il governo ha stabilito che il commissario straordinario deve procedere d’intesa col ministro dell’ambiente, non sposta il baricentro del rancido indirizzo governativo pur prevedendo la raccolta differenziata (9). Esso affronta la situazione di disastro senza intaccare la ragnatela dell’intreccio affaristico. Quindi aggravando le condizioni delle comunità locali.

La giunta Bassolino va condannata senza appello per avere agito da supporto al sistema del riciclo del disastro. In primo luogo va condannata per aver consentito alla rete impresaria e camorristica di gestire le discariche e il ciclo dei rifiuti. In secondo luogo per aver bloccato, in veste di commissario di governo per la bonifica del territorio, ogni iniziativa di bonifica dell’ambiente nonostante disponesse dal maggio 2003 di mappe e rilevazioni particolareggiate. Nel triangolo della morte (Acerra – Nola – Marigliano) il sistema di riciclo anonimo ha scatenato, in seguito alla diossina sprigionata dagli incendi, un’esplosione di tumori. Nei Comuni più a rischio (Acerra, Aversa, Bacoli, Caivano, Castel Volturno, Giugliano, Marcianise, Villa Literno) il tasso di mortalità è salito al 12% mentre aumentano i casi di malformazioni genetiche al sistema nervoso e all’apparato uro genitale. Il business dei rifiuti ha trasformato in scarto la vita delle comunità locali. La responsabilità di Bassolino e sodali è quindi enorme; e tanto più grave quanto più ha contribuito a far soffocare dalla polizia le proteste di queste comunità.

La lotta decennale di Acerra contro l’invivibilità

Le proteste, le rivolte, delle comunità locali contro i rifiuti, le discariche stracolme e fetide, gli inceneritori, le intossicazioni, i tumori, ecc., richiederebbero una nutrita e ampia esposizione. Qui possiamo fare solo un accenno e soltanto a quelle di Acerra, che, per tanti versi, le riassumono tutte.

Acerra ha visto per prima la nascita dei Comitati anti-inceneritori. All’inizio le posizioni all’interno del comitato sono diverse e senza un punto di vista unitario. Poi le varie posizioni convergono nell’opposizione all’impianto del mega-inceneritore e alla logica di bruciare ciò che non viene consumato. Nei primi anni il comitato contesta il progetto coi dati alla mano sull’inquinamento ambientale. Il 23 gennaio 2003, data fissata per l’inizio dei lavori, la popolazione occupa il cantiere. E presidia il territorio organizzando attività collettive. La giunta Bassolino accusa la gente di egoismo e di spirito campanilistico. E non si cura degli esiti allarmanti delle stesse ricerche ufficiali che rilevano nel triangolo Acerra-Nola-Marigliano la presenza di materiali tossici, infestanti terreni e falde acquifere, e il rapido aumento della mortalità per cancro. Nell’agosto 2004, prima viene sgomberata una parte dell’area occupata; poi viene caricata da polizia e carabinieri una manifestazione di protesta davanti alla sede della Fibe. I manifestanti reagiscono alle cariche e si scatenano duri scontri, che si concludono con numerosi feriti e arresti. La caparbietà di costruire in una zona così altamente inquinata un inceneritore di 2.000 tonnellate al giorno indica che questa zona non verrà più bonificata. Nonostante ciò, dopo gli scontri di agosto, il comitato cambia passo: abbandona la via dell’occupazione del cantiere e continua la lotta per la sopravvivenza in forme più attenuate; restringendo l’azione a un’opera di denuncia aggiornata.

Ad esaminare la dinamica delle proteste e delle rivolte, susseguitesi sin qui, si perviene a due conclusioni di estrema evidenza. La prima è che la forza del movimento si è massimamente espressa nei momenti di mobilitazione di massa. La seconda è che il limite del movimento si è costantemente espresso nella sua subalternità al quadro istituzionale e al potere statale. Con tutta la buona volontà del mondo è impossibile che le masse popolari di un Comune – infestato dall’inquinamento o dai rifiuti – o di più Comuni possano venire a capo del problema pensando di risolverlo a livello comunale o intercomunale e sul piano amministrativo. Per potere avviare a soluzione il disastro rifiuti, che colpisce la Campania, è necessaria una battaglia consapevole e unita di tutti i lavoratori campani e non, diretta a distruggere la macchina complessiva di potere – amministrativa militare politica – della classe dominante, ad instaurare il potere proletario e a trasformare in senso ugualitario la società monetaria di ricchi e poveri. La battaglia per la sopravvivenza richiede quindi una lotta squisitamente politica contro ogni meccanismo di potere – centrale regionale e locale – per il potere proletario.

Remondis multinazionale trita rifiuti. L’affare tedesco dello smaltimento

Sospendiamo per un momento di affrontare il tema del che fare per dedicare un cenno ai treni di spazzatura che prendono la via della Germania.

Nel nostro paese il 40% dei rifiuti (60% e più in volume) è costituito da imballaggi. La metà circa dei rifiuti è composta da materia organica umida, agevolmente smaltibile e compostabile. A parte la minuscola porzione (circa il 7%) che passa dagli inceneritori, la massa dei rifiuti va in discarica. Da un certo numero di anni la Campania, che per 30 anni ha riciclato i rifiuti del Nord, ha cominciato per converso a smaltire rifiuti al Nord. Dal 2001 all’incirca tonnellate e tonnellate di spazzatura vanno da Napoli ad Halmstadt presso gli inceneritori della multinazionale tedesca Remondis (10). Non sappiamo quanti treni colmi di rifiuti indifferenziati valichino giornalmente il Brennero per essere smaltiti dal colosso trita rifiuti. Ma, per quanto il traffico di rifiuti possa essere intenso, nelle condizioni attuali esso può servire appena ad alleggerire i cumuli di immondizia che si formano sui marciapiedi e sulle strade. La realtà del disastro è che, come si è notato prima, trent’anni di accumulo di rifiuti tossici e di spazzatura hanno rotto ogni equilibrio eco-sociale; e che l’emergenza monnezza ha fatto esplodere il contrasto tra ambiente e vita e spinto all’apice il rischio di sopravvivenza fisica. Questa esplosione non è effetto di disfunzioni patologiche; è il momento finale di un accumulo storico. È l’espressione di due contraddizioni tipiche del sistema capitalistico contemporaneo, in particolare di quello nostrano. Prima: è l’espressione del carattere distruttivo della produzione attuale per il profitto, di cui inquinamento e rifiuti rappresentano un prodotto universale e crescente. Seconda: è l’espressione della subalternità del sud rispetto al nord; l’espressione dello stato avanzato di impoverimento del Sud – correntemente chiamato questione meridionale -, che si manifesta in modo diretto col rischio di sopravvivenza fisica e in modo indiretto con la soggezione tecnologica; o, come nello smaltimento ben remunerato alla Remondis, con una subalternità di ritorno (11). Per questo nella battaglia di sopravvivenza contro l’affare rifiuti, o contro il più generale inquinamento, bisogna avere una strategia di lotta proletaria, una prospettiva di potere, un progetto di trasformazione collettiva della società dei rifiuti.

Battersi contro il “modello inceneritore” e per “eliminare ogni rifiuto”

Ritorniamo ora al tema del che fare e concludiamo.

Il responsabile diretto, numero uno, dell’emergenza rifiuti, cioè del disastro, è costituito dall’apparato governatorale dirigenziale burocratico locale, che ha operato e opera nell’interesse del sistema impresario e nel proprio, subordinando a questo coacervo di interessi ogni esigenza sociale urbana sanitaria, ecc. Perciò la prima cosa da fare è quella di prendere le distanze da questo apparato affaristico e di attaccarlo in tutte le sue espressioni e camarille (governatori, presidenti, commissari straordinari, consulenti, esperti, alti burocrati, ecc.) allo scopo di spazzarlo via, respingendo i suoi falsi rimedi come il termovalorizzatore.

In questo momento circolano numerose ricette per riemergere, come si dice, dalla spazzatura. Le riassumiamo per chiarezza. C’è chi propone di eliminare gli imballaggi; chi di curare la raccolta differenziata per riciclare i rifiuti; chi di educare all’uso e riuso dei contenitori contro la pratica dell’usa e getta; chi di cambiare le abitudini di consumo; chi di vietare la vendita al dettaglio di prodotti impacchettati; chi di ridurre al minimo i residui da destinare alla discarica; chi di smaltire solo ciò che è recuperabile; chi di riutilizzare il cibo in scadenza per non avviarlo al bidone (12); chi di incentivare chi riduce a monte lo scarto; chi suggerisce, infine, di stabilire un rapporto diretto tra produttore e consumatore. Tutte queste proposte e suggerimenti, per quanto dettati da buone intenzioni, si ispirano a un’ottica di conservazione del modello sociale. Si limitano cioè ad arginare gli effetti (la massa dei rifiuti) non ad eliminarne le cause; in quanto non mettono in discussione il sistema di produzione e di scambio e la sua gestione affaristica, che sono alla base dei rifiuti. Per cui queste proposte o ricette nulla possono in concreto contro l’emergenza rifiuti. Quindi la seconda cosa da fare è di starne alla larga per non finire come il cane che si morde la coda.

La montagna di spazzatura, che sovrasta la Campania, è l’espressione spettacolare del sistema capitalistico marcito e non ci sono alternative a questo spettacolo di putridume senza il rovesciamento di questo sistema. Il disastro impone una rottura totale con questo sistema. Per eliminare i rifiuti, l’inquinamento, la catastrofe sociale, bisogna trasformare la produzione per il profitto in produzione per la collettività. Questo deve essere il fondamento di ogni azione, protesta, rivolta; il fondamento imprescindibile del che fare. Quindi le proteste e le rivolte contro le discariche, i presidi e gli interventi delle forze dell’ordine, debbono essere finalizzate contro il sistema di potere in tutte le sue articolazioni centrali e locali e poste a base del rivoluzionamento sociale.

Su questo presupposto e con questa prospettiva tracciamo nell’immediato, per non soffocare tra i miasmi e i rifiuti, le seguenti indicazioni operative.

1°) Formare in ogni Comune interessato i comitati proletari contro i rifiuti e gli inceneritori. Raggruppare i comitati proletari in un fronte proletario per imprimere alle azioni, mobilitazioni, proteste, uniformità continuità forza.

2°) Esigere l’abolizione dei commissari straordinari. Tutto il potere di controllo delle attuali discariche ai comitati locali; e quello di individuazione di nuove discariche al loro fronte unitario.

3°)Il male minore per il momento, in attesa di nuove discariche idonee, è che i rifiuti accumulati prendano la via del Brennero.

4°) Esigere che venga curata la raccolta porta a porta.

5°) Esigere la bonifica del territorio.

6°) Insorgere contro l’intervento militare.

NOTE

(1) L’art. 1 c. 4° stabilisce: “L’utilizzo dei siti di cui al presente articolo è disposto nel rispetto dei principi fondamentali dell’ordinamento, anche in deroga alle specifiche disposizioni vigenti in materia ambientale, paesaggistico-territoriale, di pianificazione per la difesa del suolo, nonché igienico-sanitaria, fatto salvo l’obbligo per il commissario delegato di assicurare le occorrenti misure volte alla tutela della salute e dell’ambiente”.

(2) Questi impianti effettuano un trattamento meccanico biologico (Mfb) della parte umida dei rifiuti e vengono chiamati Cdr (Combustibile ricavato da rifiuti). In pratica il grosso della parte umida va al termovalorizzatore; una minima parte detta Fos (Frazione organica stabilizzata) va alla discarica.

(3) Senza alcuna responsabilità.

(4) Sul territorio o nei corsi d’acqua.

(5) I fuochi sempre accesi notte e giorno sono uno dei modi più spicci e rudimentali di eliminare sostanze tossiche.

(6) La mano pubblica paga ai proprietari di discariche 150 euro a tonnellata; 120 euro al gruppo Impregilo; 20 per il trasporto.

(7) A metà degli anni novanta le imprese locali, gestite o non dalla camorra, acquistano su compiacenze degli amministratori locali i terreni che sarebbero destinati a discariche trasformando la necessità di discariche in un affare colossale.

(8) Tra l’altro Bertolaso non ha preso in alcuna considerazione i 12 siti indicati in primavera dal movimento ambientalista orientandosi su altre discariche o attendendo la scelta governativa.

(9) L’art. 9 nel testo modificato prescrive: a) entro 90 giorni va varato un piano per il ciclo integrato dei rifiuti; b) va attuata la raccolta differenziata anche a domicilio; c) a partire dal gennaio 2008 vanno prese misure tariffarie per coprire integralmente i costi del servizio di gestione rifiuti; d) il commissario straordinario è facoltizzato a requisire impianti e cave dismesse nel territorio di Ariano Irpino (Avellino); mentre ai presidenti delle Province viene data la veste di sub-commissari per concorrere alla programmazione decisa dallo stesso; e) viene richiuso, dopo la riapertura, il sito di Difesa Grande.

(10) Il complesso trita rifiuti impiega 15.000 dipendenti con aziende in decine di paesi; e copre il 10% del personale che in Germania è addetto al trattamento dei rifiuti.

(11) Quando si è trattato di occultare e di disperdere rifiuti tossici su grande scala la Campania ha fatto da pattumiera. Ora che si tratta di tritare spazzatura si può fare il giro inverso e incrementare il giro di affari delle multinazionali trita rifiuti del nord.

(12) Sull’esperienza della Coop Carpe Cibum.
Maggio 2008 e luglio 2007 dal Supplemento murale al
giornale.
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Edizione a cura di

RIVOLUZIONE COMUNISTA
SEDE CENTRALE: P.za Morselli, 3 – 20154 Milano-

Source: http://www.mineralswa.asn.au

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