La Provincia di Napoli conferma la scelta di inceneritori e discariche e firma il primo accordo di programma con i 14 comuni del nolano.
Un altro accordo fondato sulla menzogna: appellandosi alla legge di conversione del decreto 196/2010, si sostiene di poter coprire e risagomare le cave abbandonate con “frazione organica stabilizzata”, un materiale proveniente dagli impianti industriali di selezione e trattamento dei rifiuti indifferenziati e classificato con il codice 19.05.03 nel catalogo europeo dei rifiuti. Nell’inchiesta condotta dalla Procura di Napoli sullo sversamento del percolato in mare, in una telefonata intercettata tra Marta Di Gennaro e Michele Greco, tecnico del commissariato straordinario all’emergenza rifiuti, quest’ultimo, parlando proprio del possibile impiego di questo materiale, afferma che la frazione organica stabilizzata non esiste né può essere prodotta dagli impianti campani. Greco lo spiega bene: o si differenzia a monte la materia organica, senza contaminarla con altri rifiuti, e la si avvia al “compostaggio”, un processo molto semplice in grado di trasformare la materia organica in terriccio da poter utilizzare in agricoltura, oppure dagli impianti uscirà “munnezza punto e basta”. Del resto anche il codice europeo cataloga la frazione organica stabilizzata come “rifiuto” e non come “prodotto”. Dato che di separazione a monte dell’organico non si parla affatto, questo accordo è una menzogna: la frazione organica stabilizzata è munnezza e nelle cave si costruiranno nuovi impianti di discarica che produrranno percolato. Ma l’accordo ha usato un argomento convincente per superare le perplessità dei Comuni: il denaro. Al Comune in cui ricadrà l’impianto di discarica la Sapna, la società di gestione dei rifiuti della Provincia di Napoli, oltre al 10% dell’importo dei lavori di realizzazione dell’impianto, erogherà 4,16 euro per tonnellata di rifiuti conferita, mentre ai Comuni limitrofi andrà una compensazione di 1 euro per tonnellata. Il dissesto finanziario di molti Comuni ha evidentemente avuto la meglio sul dovere di salvaguardare il territorio e la salute della popolazione. Eppure nello stesso accordo vengono citati innanzitutto i principi di “precauzione” e “prevenzione”: quanto questi principi stiano realmente a cuore alla classe politica lo rivela una ricerca sui tumori in Campania. È dallo studio condotto dall’istituto di Philadelphia “Sbarro Health Research Organization”, in collaborazione con l’Università di Siena, il Crom di Mercogliano e l’ospedale di Pagani, che i cittadini campani apprendono dell’aumento, con picchi del 20%, di tumori, leucemie e altre gravi patologie. I ricercatori, che hanno rilevato soprattutto un aumento di tumore al polmone, alla mammella, al colon e allo stomaco, parlano di vera e propria “bomba ecologica”. Si tratta del secondo caso in cui i cittadini campani hanno appreso dagli americani quali fossero i veri rischi per la loro salute: nel 2008 la Us Navy pubblicò uno studio sull’inquinamento delle acque nell’area di Casal di Principe. I dati allarmanti spinsero l’esercito americano a decidere di trasferire i militari che soggiornavano nella zona, sebbene i rischi peggiori riguardassero non tanto chi vi abitava per pochi mesi ma chi era costretto a vivere per anni in quelle zone. Le autorità campane non hanno sentito la stessa premura tanto che, nonostante le numerose richieste da parte di comitati e associazioni, non è stato ancora istituito un registro tumori regionale. Uno strumento necessario per monitorare la crescita esponenziale di tumori nei territori in cui sono presenti discariche, sversamenti abusivi e non di rifiuti tossici e impianti inquinanti e che inchioderebbe alle proprie responsabilità politiche e amministrative buona parte della dirigenza degli ultimi 17 anni in Campania. La popolazione, abbandonata e ignara, continua a vivere in aree inquinate senza ricevere alcun avvertimento.
Di fronte a questi continui disastri, i comitati civici riuniti in reti e coordinamenti, numerose associazioni e tanti cittadini provenienti da tutte le province della Campania si sono uniti in un unico fronte, denunciando in modo unanime i danni portati alla popolazione e al territorio dal piano di gestione dei rifiuti incentrato sulla combustione e sulla messa a discarica. Dal Casertano al Napoletano, dal Beneventano al Salernitano l’appello è unico: No alle discariche ed agli inceneritori né qui né altrove e richiesta di un piano alternativo per i rifiuti CONDIVISO con la popolazione, così come obbligano le leggi comunitarie e nazionali, sistematicamente ignorate, che hanno recepito la Convenzione di Aarhus. Sconcerta che di fronte a questa solidarietà dal basso tra le province alcuni intellettuali chiedano al Presidente Caldoro, con un atteggiamento Nimby, di salvare dalle discariche la popolazione di una provincia a discapito delle altre, avallando piani disastrosi ed ignorando le proposte alternative elaborate in questi anni dai cittadini. Il piano elaborato dai cittadini per uscire dalla crisi senza discariche ed inceneritori è realizzabile in tempi brevi ed è notevolmente più economico, ma evidentemente gli interessi di quanti in questi anni si sono arricchiti con i rifiuti continuano a prevalere. Alla faccia della precauzione.
CITTADINI CAMPANI PER UN PIANO ALTERNATIVO DEI RIFIUTI
Napoli 02/03/11